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Eirenefest Bergamo 2026: resoconto finale

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La seconda edizione di EireneFest Bergamo si è chiusa con un buon risultato, come pure la 67° Fiera dei Librai (la manifestazione del genere più antica d’Italia, https://fieradeilibrai.it/) al cui interno il nostro Festival si è svolto tra il 18 aprile e il 3 maggio. Sei incontri, tutti molto partecipati (da 40 a 120 presenti), forse grazie anche a orari più idonei rispetto all’edizione dello scorso anno.

La selezione dei libri da presentare è stata effettuata in modo partecipativo tra le 23 realtà promotrici dell’evento, le stesse che hanno promosso per il secondo anno “Imparare la pace. Scuola popolare di nonviolenza” https://www.laportabergamo.it/scuola-popolare-di-nonviolenza-ii-ed/. Immediata l’adesione da parte degli editori ed autori contattati, segno di fiducia nell’iniziativa.

Il filo conduttore degli incontri è stata la domanda di pace che emerge dalla complessa situazione internazionale e dai tentativi di risposte che provengono da esperienze, storie, vissuti diversi. Si è scelto di partire, non a caso, dalla presentazione del volume Guardando le donne guardare la guerra. Diario di una scrittrice dal fronte ucraino, della giornalista e scrittrice ucraina Victoria Amelina (Guanda, 2025).

Quando la Russia ha dato il via all’invasione su larga scala dell’Ucraina, il 24 febbraio 2022, Victoria Amelina stava scrivendo un romanzo. In poco tempo la sua vita è cambiata, e con essa anche i suoi obiettivi. Trasformatasi in una reporter e investigatrice di guerra, Amelina si è fatta portavoce delle storie di donne straordinarie che, come lei, si sono unite alla resistenza. Tra queste Evgenia, un’avvocata diventata soldata; Oleksandra, che ha documentato decine di migliaia di crimini di guerra, vincitrice del Premio Nobel per la pace nel 2022; Yulia, una bibliotecaria che ha contribuito a svelare il rapimento e l’omicidio di un altro scrittore.

La sera del 27 giugno 2023, Amelina e altri tre autori internazionali si sono fermati a cena a Kramatorsk, nella regione di Donetsk. Quando un missile da crociera russo ha colpito il ristorante, Amelina ha perso conoscenza, riportando gravi ferite alla testa. È morta il 1° luglio 2023, a soli 37 anni.

Il suo lavoro è stato portato a termine da un gruppo di amici, tra cui Yaryna Grusha che l’ha presentato.

Quando e come sono nati i movimenti pacifisti? Hanno ancora la valenza originaria assoluta e universale? Esiste un solo pacifismo? Questa la domanda posta da Roberto Della Seta, già presidente nazionale di Legambiente, autore di saggi sulla storia dei pensieri, dei movimenti ambientalisti e sulla storia delle idee nel ’900, che ha scritto una storia del pacifismo avvincente e complessa dal titolo volutamente plurale Pacifismi. Storia plurale di un’idea controversa (Mimesis 2025).

Nel 1907 al congresso della pace di Monaco è stata enunciata la prima definizione di pacifismo: «Il pacifismo è l’unione di tutti gli uomini e le donne di ogni nazionalità che ricercano i mezzi per sopprimere la guerra, per aprire un’era senza violenza e per risolvere attraverso il diritto le controversie internazionali».

Ad ispirare il pacifismo sono stati anzitutto Thoreau e Tolstoj (un americano e un russo), due intellettuali impegnati in prima persona con scelte radicali ma con una diversa interpretazione pratica: il “pacifismo assoluto” di Tolstoj e il “pacifismo possibilista” di Thoreau.

Queste due posizioni, animate da una comune sensibilità umanitaria e universalista, sono rimaste in campo fino all’intervallo tra le due guerre mondiali, dove si affianca una posizione di tipo nuovo che in parte risponde a sollecitazioni opposte: non lasciarsi coinvolgere in guerre “altrui” perché “non sono fatti nostri”.

L’odierno pacifismo “sovranista” emerso con forza negli orientamenti di opinione in Europa e negli Stati Uniti di fronte alla guerra tra Russia e Ucraina, «è un sentimento alimentato da un desiderio di pace sempre più radicato nella mentalità contemporanea, lo stesso al quale da sempre fanno appello i movimenti pacifisti, ma è largamente sconnesso dalla radice umanitaria e cosmopolita da cui il pacifismo è nato».

Della Seta ci invita a interrogare il pacifismo non come dogma astratto ma come uno spazio politico, etico e culturale, dove la pace e la giustizia si confrontano non solo con le guerre ma anche con le diverse sfaccettature delle nostre stesse idee. Oggi il pacifismo rischia di continuare a leggere le guerre attuali con occhiali ormai obsoleti, e di privarsi della visione di quel pacifismo possibilista «che si interroghi su come quel sogno di un’Europa pacifica, unita e solidale tratteggiato più di ottant’anni fa in piena guerra mondiale nel Manifesto di Ventotene e poi divenuto almeno parzialmente realtà, possa sopravvivere agli odierni scenari globali».

Citato da Della Seta come esempio di pacifista possibilista per le sue posizioni sulla Bosnia, Langer è stato protagonista del terzo appuntamento, con la presentazione di Continuate in ciò che è giusto. Storia di Alexander Langer di Alessandro Raveggi (Bompiani, 2025). A trent’anni dalla sua scomparsa, Raveggi ripercorre la storia di un profeta disperato e pieno di speranza, che ha creduto nella possibilità di un’umanità multilingue e capace di valicare muri e frontiere. Il libro nasce dalla volontà di far conoscere questa figura fondamentale alle giovani generazioni: si propone come un pellegrinaggio reale e interiore, una sorta di avvicinamento alle molte facce di Alexander Langer. Non tanto una biografia classica ma un libro attorno ad Alex, un romanzo ibrido scritto con salti temporali che intrecciano le storie e la biografia di Langer con quelle di molti testimoni che gli hanno voluto bene.

Un libro-viaggio sulle tracce di Langer in cui l’autore dichiara di essersi perso, divertito e sorpreso e che allo stesso tempo invita anche il lettore a perdersi per scoprire la voce di Alex: un’immersione che vuole comprendere anzitutto il corpo di un personaggio “facitore di pace”. Si potrebbe dire anche un “uomo in fuga”, instancabile, profondamente segnato da questo fare tra l’Europa, i Balcani, Roma, Firenze, e poi di nuovo a Bolzano, dove anche la scrittura prende corpo a partire dalle valli di Langer alla ricerca delle radici, senza rinunciare alla fatica del camminare insieme sui sentieri di montagna, cercando di rimanere in sintonia con il ritmo di Alex.

Le preoccupazioni di Langer sono anche le nostre (guerra, crisi climatica), urgenti e globali, dove bisogna trovare una soluzione concreta di pace sia tra gli uomini che con la natura. Così la “conversione ecologica”, un suo concetto, ripreso anche da papa Francesco nella “Laudato si’”, e un suo impegno che dicono del nostro tempo e delle tragedie umane in corso più di ogni altra espressione. Alex è un ritmo o la richiesta di un ritmo differente, così come la scrittura di Raveggi ce lo fa riscoprire, con le sue idee e il suo corpo, gracile ma assieme resistente da montanaro, saltatore di muri, costruttore di ponti, pensatore di lungo termine. Il motto langeriano “più lento, più profondo, più dolce” (lentius, profundius, suavius) non sarà sempre attuabile, ma forse ci porterà più lontano.

Giocava in casa il bergamasco Mauro Ceruti, filosofo della complessità, nel presentare il libro scritto con Francesco Bellusci Per una civiltà della terra(Aboca editore, 2026). Si tratta senz’altro un libro di filosofia: “un modo per reimparare a vedere il mondo. E perciò molto concreto, molto politico”. Il XXI secolo non ci ha consegnato una crisi, ma una policrisi: un unico sistema complesso e interconnesso. Una costellazione di crisi simultanee dove il collasso climatico si specchia nelle disuguaglianze feroci, e dove la “terza guerra mondiale a pezzi” dialoga con un’economia che logora il pianeta. Un sistema non comprensibile separatamente. «Siamo come in un disegno di Escher (la mano che disegna la mano)», un’immagine efficace che Ceruti utilizza per dire quante oggi sono le mani che ci disegnano (la crisi sociale disegna la crisi economica che, a sua volta, disegna quella psicologica, ecc.), intrecciate in un groviglio inestricabile.

Da dove partire per invertire la rotta? Esiste un paradigma alternativo realistico per pensare la sicurezza e la pace su scala planetaria?

Secondo Ceruti, stiamo scontando un deficit di conoscenza e di consapevolezza, rispetto alla novità radicale dell’epoca in cui ci troviamo a vivere: «Dal 1945, dopo l’utilizzo dell’arma atomica su Hiroshima e Nagasaki, la condizione umana è radicalmente cambiata. Per la prima volta nella storia della vita sul nostro pianeta, una specie – la nostra – ha acquisito la capacità di praticare un suicidio su scala globale, mediante un conflitto termonucleare». La reazione di fronte alla complessità è di semplificazione, la stessa che ritiene non esserci alternative alla logica del realismo della forza (in chiave geopolitica e militare). Ma necessariamente oggi possiamo affermare, per la prima volta nella storia umana, che le ragioni dell’utopia coincidono con quelle di un autentico realismo. Ernesto Balducci che definiva la pace “il realismo dell’utopia”: ha scritto che “l’uomo del futuro sarà l’uomo di pace o non sarà”.

Il pacifismo ha bisogno di essere fondato su ciò che oggi rende inedita l’umanità: «per la prima volta i viventi umani fanno l’esperienza del pericolo in tutti gli aspetti della loro esistenza, e l’esperienza dell’estensione della fragilità all’insieme dei viventi sul pianeta».

«La nuova civiltà della Terra – in conclusione – è la sfida della coesistenza pacifica, solidale, di molteplici nazionalità, culture, popoli, sull’habitat terrestre comune, in un mondo sempre più interconnesso e interdipendente».

Incontro un po’ diverso dalle tradizionali presentazioni di libri quello con il bresciano don Fabio Corazzina, figura di riferimento del pacifismo cattolico e già coordinatore nazionale di Pax Christi, che ha dialogato attorno al suo libro Pace, dalla Parola ai fatti (Paoline, 2025) con il cantautore Alessandro Sipolo che ha intrecciato le parole del libro con la risonanza musicale di alcune sue canzoni. Già dal titolo il libro interroga la realtà e le Scritture, la fede e la testimonianza, la necessità e il bene: “tutto quello di cui abbiamo bisogno per capire la pace e i suoi contrari è scritto in molte pagine della Bibbia che in questo libro funzionano come da specchio per i nostri giorni”.

Quasi un reading musicale in quattro movimenti e un controcanto: a partire da alcuni brani del Primo e del Nuovo Testamento e da alcuni testimoni del nostro tempo, la parola pace è “declinata” come liberazione, resistenza, riconciliazione, accoglienza, nonviolenza, convivialità, legalità, disobbedienza, impegno politico e

alleanza educativa. Le riflessioni seguono un percorso tortuoso, spesso difficile, controcorrente (anche la pace ha un prezzo), non consolatorio e forse nemmeno pacificato. Don Fabio richiama quattro elementi fondamentali, che attraversano quella conversione evangelica che può generare rapporti e relazioni di pace: “tu non uccidere, rispondi al male con il bene, ama anche il tuo nemico, perdona… il Vangelo non è una pia esortazione per anime belle”.

https://www.pressenza.com/it/2026/05/pace-dalla-parola-ai-fatti/

Sergio Tanzarella ha presentato l’edizione critica dei testi di don Lorenzo Milani con il titolo Abbasso tutte le guerre. Lettera ai giudici. Lettera ai cappellani militari(Il pozzo di Giacobbe, 2025). La storia è ben conosciuta: il 12 febbraio del 1965 i cappellani militari in congedo della Toscana pubblicano su “La Nazione” di Firenze un comunicato nel quale «considerano un insulto alla Patria e ai suoi caduti la cosiddetta “obiezione di coscienza” che, estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà». Don Milani e i suoi ragazzi della scuola di Barbiana rispondono così: «Avete insultato dei cittadini che noi e molti altri ammiriamo» usando, «con estrema leggerezza e senza chiarirne la portata, vocaboli che sono più grandi di voi». Piovono da ogni parte lettere anonime di ingiurie e di minacce a don Lorenzo, fino alla denuncia da parte di un gruppo di ex combattenti per incitamento alla diserzione e vilipendio delle forze armate: Milani è rinviato a giudizio con Luca Pavolini, vicedirettore della rivista “Rinascita” che aveva pubblicato la Lettera ai cappellani. Non va al processo perché gravemente malato di linfoma, ma durante l’estate del 1965 prepara e invia una memoria difensiva – la Lettera ai giudici – in cui indica la necessità di disobbedire alle leggi ingiuste e battersi per cambiarle obbedendo solo alla propria coscienza.
Tanzarella, che si era occupato dell’intero epistolario milaniano per l’Opera Omnia (Mondadori, 2017), ha voluto dedicarsi in particolare a queste due Lettere per la loro estrema attualità: sono lettere, scrive, “che fanno paura perché scardinano tutta la retorica militaresca e celebrativa della nostra storia nazionale”. Non solo, allora come oggi risultano scomode e per questo subiscono una sorta di rimozione anche dalla produzione milaniana.
Per Milani la storia nazionale deve essere riscritta. Non è più possibile arroccarsi nelle celebrazioni di caduti e di vittorie, accettare l’ideologia della retorica militaresca – che si rinnova anche in ambienti ecclesiali (la Militia Christi, le preghiere dell’alpino e del bersagliere o il culto e le simbologie del Milite Ignoto) – e la propaganda sempre più pervasiva dei valori bellicisti nei luoghi della formazione (vedi l’Osservatorio contro la militarizzazione nelle scuole e università).
https://www.pressenza.com/it/2026/05/eirenefest-bergamo-lattualita-di-don-milani/


Tutte gli incontri di EireneFest Bergamo sono stati videoregistrati e si possono vedere in questa playlist:
https://www.youtube.com/playlist?list=PLCK4rgoaNKLHZY7hvqdVNmnwsqR6it1DR